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Il ruolo giocato dai Play Therapists negli scenari post-disastro

Il coinvolgimento post-disastro e la responsabilizzazione dei sopravvissuti

 

di Claudio Mochi, MA, RP, RPT-S e Risë VanFleet, PhD, LP, RPT-S

 

Estratto dalla Rivista “PLAY THERAPY” pubblicata dall'Association for Play Therapy - United States, Ed. Bill Burns, Volume 4, Issue 4, Dicembre 2009.

 

traduzione dall'inglese di Maria Giuseppina Bollella e Lucia degli Abbati Volontarie di INA PT-PSP

 

Dovunque e in qualsiasi momento accadano, i disastri portano il desiderio di aiutare. I Play Therapists hanno assistito a molti disastri nel mondo e ad innumerevoli eventi traumatici a livello locale. Nello sfruttare il potere del gioco per sostenere bambini, famiglie e comunità, alcuni modi di aiutare sono più efficaci di altri.

 

 

Molte informazioni sono disponibili per i Play Therapists che desiderino assistere i sopravvissuti (Boyd-Webb, Garbarino, Gil, Kaduson, Shelby). Questo articolo enfatizza alcuni modi concreti attraverso cui la Play Therapy può aiutare, considerando anche i ruoli più appropriati che si possono assumere dopo un disastro relativamente recente (settimane più che mesi). I suggerimenti in questo articolo si basano su informazioni ottenute dai sopravvissuti, da analisi della valutazione dei bisogni (Mochi, 2006, 2009; VanFleet e Sniscak, 2003) e sulle esperienze degli autori nelle situazioni post-disastro nel mondo.

 

Sebbene i Play Therapists comprendano il valore di approcci basati sul gioco per i bambini traumatizzati, può essere potenzialmente dannoso intervenire senza il coinvolgimento della comunità dei sopravvissuti. È molto probabile che le famiglie abbiano dei bisogni fondamentali che debbono essere soddisfatti in modo prioritario, inoltre, deve essere evitato ogni possibile trauma ulteriore. Questo articolo delinea alcuni modi per lavorare in un contesto post-disastro per ottenere i migliori risultati a lungo termine per i bambini e le famiglie.

 

Sopravvissuti al disastro: cosa aspettarsi

C’è naturalmente, un’enorme differenza tra i modi in cui le persone reagiscono al disastro e le reazioni variano con il trascorrere del tempo. Nei giorni immediatamente successivi al disastro, molti sopravvissuti si preoccupano delle loro perdite, insicurezze e preoccupazioni. Possono essere riservati e non comunicativi, concentrati sui propri bisogni. Questa è una risposta normale. In questa fase spesso i sopravvissuti non hanno l’energia per avventurarsi in programmi stabiliti. L’obiettivo principale dei Play Therapists dovrebbe essere quello di entrare in contatto con loro. Questo si ottiene chiedendo e aiutando i sopravvissuti a soddisfare le loro necessità di base (per esempio coperte, acqua o vestiti) e assistendoli in compiti faticosi (come accompagnarli a riconoscere i loro cari defunti). L’empatia è fondamentale. Le relazioni strette durante questo tempo gettano le fondamenta per un intervento successivo più efficace.

 

Nelle settimane successive, alcuni sopravvissuti si chiudono o diventano emotivamente instabili. Può insorgere un senso di impotenza e di disperazione. Altri mostrano la loro resilienza e appaiono pronti ad una relazione con i professionisti del sostegno. La maggior parte di loro ha comunque bisogno di cose pratiche e spesso sono più facilmente approcciabili dopo che i flussi iniziali di soccorritori esterni, volontari e i media scompaiono.

 

Dopo questo periodo, i professionisti della Play Therapy possono eseguire valutazioni dei bisogni più sistematiche, gestendo discussioni in piccoli gruppi di sopravvissuti per accertarsi dei loro desideri. Come suggerisce la Piramide dei bisogni di Maslow, la sopravvivenza primaria e i bisogni della vita quotidiana hanno la precedenza sugli interventi psicosociali.

 

Considerazioni per i Play Therapists che aiutano i sopravvissuti di un disastro

Nonostante il loro desiderio di aiutare, molti professionisti falliscono rispetto alle loro buone intenzioni perché non comprendono pienamente la cultura della comunità che esisteva prima del disastro o l’impatto del disastro dal punto di vista dei sopravvissuti. Alcune considerazioni sono elencate qui per aiutare i Play Therapists a massimizzare la loro possibilità di aiutare.

 

La conoscenza della Play Therapy e del trauma è importante. I disastri accadono inaspettatamente e lasciano poco tempo ai soccorritori per acquisire le conoscenze e le competenze necessarie, per cui prepararsi in anticipo è utile. I Play Therapists-Helpers (di seguito PT-Hs, “Play Therapists soccorritori”) devono avere una solida comprensione della Play Therapy non direttiva, direttiva, familiare, di gruppo e comunitaria, così come una profonda preparazione sull'impatto e la cura del trauma nei bambini e nelle famiglie.

 

I bambini sono parte integrante del loro contesto familiare e comunitario. I Play Therapists che intervengono nei disastri devono considerare delle modalità per includere nell'intervento in modo sistematico le famiglie, le scuole e la comunità per assicurare ai bambini il sostegno migliore. La continuità è essenziale. A meno che non appartengano alla comunità locale, la maggior parte dei PT-Hs sono sul posto solo per un tempo limitato. La tradizionale Play Therapy non è possibile né appropriata quando i terapeuti lasciano il posto dopo poche settimane. Indipendentemente dalla bontà dell’intervento fondato sul gioco, la conclusione improvvisa dopo un breve periodo corre il rischio di far insorgere vissuti di abbandono.

 

Per evitare questa eventualità, i PT-Hs devono creare collegamenti con le risorse della comunità, come terapeuti locali, insegnanti, allenatori e altre figure che lavorano con i bambini. Gli interventi basati sul gioco hanno bisogno di essere coordinati dall’inizio insieme alle persone che proseguiranno il lavoro quando i PT-Hs saranno partiti.

 

Gli interventi iniziano con i bisogni dei sopravvissuti. Si è tentati di dare per scontato che, come professionisti della salute mentale, noi sappiamo quali sono i bisogni nelle situazioni post-disastro. Poiché ogni disastro e ogni sopravvissuto è unico, questo assunto deve essere evitato. È meglio chiedere ai sopravvissuti quali siano i loro bisogni e iniziare da questo punto per aiutarli a soddisfarli. Una sincera empatia e ottime capacità di ascolto sono vitali!

 

Ricordatevi che molti sopravvissuti erano membri con importanti mansioni nella società prima del disastro. Hanno, pertanto, abilità che possono essere sfruttate per creare interventi, programmi e mettere in sicurezza il materiale a disposizione. I sopravvissuti conoscono la cultura locale e possono essere un valore aggiunto nell’identificare e indirizzare i bisogni della comunità più efficacemente. Questa è un’altra ragione per coinvolgerli e dare loro valore da subito.

 

Non tutti i sopravvissuti sono traumatizzati. Non tutti rispondono al trauma nello stesso modo e i PT-Hs dovrebbero evitare diagnosi affrettate. Alcuni sopravvissuti sono incredibilmente resilienti e sono quindi subito pronti come risorse. Troppa cura può esasperare anziché ridimensionare il senso di impotenza. I sopravvissuti spesso si sentono impotenti e disperati. I soccorritori che offrono troppa cura rinforzano involontariamente questa autopercezione attraverso il linguaggio non verbale, “Tu non puoi farlo da solo; permettimi di farlo al posto tuo”. Coinvolgere i sopravvissuti in attività per superare le loro stesse difficoltà è molto più utile a lungo termine.

 

Coinvolgere i genitori

Le valutazioni dei bisogni in loco in tempo reale (Mochi, 2006; 2009) dimostrano che i genitori si preoccupano molto per il benessere emozionale dei loro figli. Forse il modo migliore di aiutare i bambini dopo un disastro è coinvolgere prima i loro genitori. I genitori giustamente sono dei “protettori” per i loro bambini e li proteggono dai postumi dell’accaduto, compresi i media, i volontari e i soccorritori che si recano sul posto e possono essere percepiti a volte disorientanti e invasivi.

 

È molto più probabile che i genitori si coinvolgano con i PT-Hs nel contesto di una relazione quando questi ultimi collaborano in prima istanza al soddisfacimento dei bisogni più concreti e urgenti. Ogni fretta di discutere le emozioni intime senza i benefici di una relazione è probabilmente destinata a incontrare resistenze e può avere effetti nocivi.

 

Quando i PT-Hs usano empatia per capire le preoccupazioni dei genitori, questi ultimi sono portati con maggiore probabilità a fare spontaneamente domande sui propri figli. Il coinvolgimento dei genitori nasce dalle conversazioni, non da interviste o questionari. Questo contesto permette facilmente ai PT-Hs di fornire educazione sul trauma, supporto e guida al gioco e ad altri interventi per bambini.

 

Coinvolgere i sopravvissuti

In tutte le comunità i sopravvissuti sono potenzialmente soccorritori. Questi Survivors-Helpers (di seguito S-Hs, “sopravvissuti soccorritori”) possono essere insegnanti, genitori, leader religiosi o di comunità, allenatori, paraprofessionisti o altre figure dedicate al benessere dei bambini. I PT-Hs posso raggiungere un maggior numero di bambini per un periodo di tempo più lungo e con una maggiore sensibilità e rilevanza se si coinvolgono gli S-Hs nel processo sin da subito. Coinvolgere gli S-Hs li aiuta non solo a farli sentire meglio, ma anche a permettere di fruire del loro punto di vista, del loro lavoro e delle loro idee per aiutare i bambini e ricostruire la comunità.

 

L'individuzione di S-Hs può avvenire durante gli incontri per la valutazione dei bisogni e attraverso le conversazioni informali con i membri della comunità. Coinvolgerli è semplice: basta chiederlo! Queste figure possono aiutare a organizzare e attuare molti interventi basati sul gioco.

 

Coinvolgere i bambini

I bambini possono essere coinvolti attraverso le relazioni con i PT-Hs, con i loro genitori e attraverso l'organizzazione di attività di gioco. L'incoraggiamento a partecipare dei bambini reticenti può avvenire se i sostenitori sono amichevoli, giocosi e un po’ burloni. Questo comportamento stabilisce che va bene ridere e divertirsi nonostante il disagio di ognuno.

 

Le attività sportive o gli interventi di gioco di gruppo possono essere usati durante le fasi iniziali. In momenti successivi queste attività possono essere seguite da interventi di gioco non direttivo per consentire di ottenere con maggiore efficacia la riduzione dell’ansia, il rafforzamento delle capacità di coping e di padronanza sul trauma. Questa modalità offre il vantaggio ulteriore di rispettare il ritmo di ciascun bambino e di favorire di conseguenza la loro sicurezza emozionale. Inoltre, il naturale lavoro post-disastro che i bambini spesso avviano spontaneamente, mediante questo approccio, può essere sostenuto e portato avanti dai S-Hs, meglio se con la supervisione dei PT-Hs. Nel caso sia necessario, l'intero processo può essere sostenuto da altri interventi di gioco direttivo per specifici obiettivi psicosociali.

 

Caso esempio

Franco, 6 anni, e Giuseppe, 10 anni, a causa del terremoto in Abruzzo, persero la loro casa nell’aprile del 2009. Con i loro genitori vennero collocati in una tenda condivisa con altre 19 persone. Entrambi i ragazzi apparivano chiusi in se stessi e non partecipavano alle attività previste per i bambini. I genitori raccontarono che Franco era encopretico mentre Giuseppe pur avendo un atteggiamento più calmo del solito si rendeva protagonista di scoppi di rabbia improvvisi. Il PT-H (Mochi) ebbe l'occasione nei giorni immediatamente successivi al terremoto di entrare in contatto con la famiglia parlando con i bambini e assistendo i loro genitori con provviste e generi di prima necessità durante la sua attività di operatore di emergenza. Quando la loro fiducia crebbe, i genitori iniziarono a condividere con il PT-H le loro preoccupazioni rispetto ai ragazzi, autorizzandolo ad intervenire.

 

Durante la prima sessione Franco sembrava inquieto e reticente a giocare nella stanza dei giochi improvvisata. Per superare la resistenza iniziale del bambino, il PT-H si comportò in modo un po’ scherzoso, imitando alcuni suoi tentativi di esplorazione dei pupazzi. Franco trovò questa modalità divertente e inizio a rilassarsi. Il PT-H riuscì quindi a passare alla Child-Centered Play Therapy (“Play Therapy centrata sul bambino”). Seguendo questa nuova modalità che lascia al bambino la piena iniziativa di gioco, Franco iniziò ad usare le sue miniature wrestler  per uccidere quelle del PT-H. Nello sviluppo del gioco, aggiunse quindi dei soccorritori per salvare i wrestler  in pericolo. Il giorno successivo, Franco giocò dall'inizio in modo simile coinvolgendo però molto di più i soccorritori. Dopo queste prime sessioni, i suoi problemi intestinali iniziarono a risolversi e dopo alcuni giorni cominciò anche a partecipare ad alcune attività di gruppo per bambini.

 

Come suo fratello, Giuseppe nel primo incontro era cauto e guardava in silenzio il PT-H rimanendo in attesa. Il PT-H suggerì allora un intervento di gioco direttivo basato su scene viste di frequente nelle situazioni di post-disastro. In una delle attività previste Giuseppe gettava una palla alla miniatura del villaggio esprimendo, a voce alta, ciò che gli faceva più rabbia. Modellando le attività del bambino anche il PT-H faceva lo stesso. Insieme i due distrussero e ricostruirono il piccolo villaggio diverse volte. Giuseppe appariva progressivamente sempre più coinvolto ed energetico, consapevole della rabbia che aveva dentro. Nelle sessioni successive ripeté spesso queste attività. In poco tempo Giuseppe apparve nuovamente se stesso e insieme al suo miglior amico inizio a partecipare ad alcune delle attività di gruppo pensate per i bambini sopravvissuti.

 

Al di là degli interventi iniziali

Molti PT-Hs hanno un tempo limitato come volontari nei luoghi del disastro. Molto del loro lavoro, dunque, deve focalizzarsi sul coordinare i loro sforzi con i genitori e i professionisti locali cosicché gli interventi basati sul gioco siano fatti nel contesto relazionale dei bambini. Con il trascorrere del tempo dal disastro, si moltiplicano i ruoli che possono essere svolti dai Play Therapists, come la formazione e la supervisione dei terapeuti e professionisti per condurre il gioco terapeutico nelle sue diverse forme.

 

L’impatto del disastro rimane a lungo dopo che molti dei soccorritori esterni se ne sono andati. Il miglior contributo è quello di lasciare programmi psicosociali iniziati sul posto, e soccorritori e terapeuti locali ben formati e supervisionati.

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